Cos'è
La storia della vala cervicatese non risulta di facile lettura, perché più tradizioni si sono stratificate in essa. Sappiamo – e la stessa architettura urbanistica ce lo dimostra – che influssi di più popolazioni si sono sedimentati nel paese ( ci sono tracce arabe, ebraiche, greche, normanne, latine ecc. non solo nelle strutture edili, ma nella mentalità, nel linguaggio, nel culto, negli usi e costumi,ecc.). Tutto ciò ha influito, nel corso dei secoli, sulle manifestazioni folkloristiche, nei riti religiosi, nell’ambito culinario, contaminando precedenti tradizioni, provenienti da più parti.
La vala cervicatese è una di queste tradizioni contaminate: il nucleo originario è certamente rappresentato dalla memoria, presente in tutti i paesi italo- albanesi dell’Italia, e in specie del meridione, dell’evento più significativo e mitico della vittoria contro i turchi, in occasione della liberazione della città di Kruia ad opera dell’eroe albanese Giorgio dei Castriota Skanderbeg, avvenuta il 24 aprile del 1467. La commemorazione di questo avvenimento storico si è protratta nel corso dei secoli. Lo storico civitese Serafino Basta cosi ne parla nel 1855 :” Nel dopo pranzo di domenica, lunedi, martedi hanno costume di riunirsi varie compagnie di giovani, i quali vestiti alla foggia orientale, con turbanti in testa, con spade levate in alto e con bandiere, vanno cantando i fatti guerreschi e le vittorie dell’eroe di Croia Il prof. Fiore Veltri, nel suo volumetto “Noi gente di Cervicati” ( pubblicato per le edizioni di Pellegrini nel 1974), definiva la vala “ una ridda, tipico ballo tondo, composta di fanciulle e novelle spose, che, tenendosi per mano e per le estremità di serici fazzoletti, formano un lunga fila, alle cui estremità si trovano due giovani. Così composta, gira il paese danzando con artistici e graziati movimenti, disegnando ora un circolo, ora una spirale”. Particolari di questa rappresentazione: i movimenti di questa ridda rappresentano la tecnica di accerchiamento messa in atto da Skanderbeg contro l’esercito turco, il prendersi per mano dei componenti della vallja rappresenta il forte legame comunitario degli arbereshe, che si esprime nella gjitonia, nel vicinato da cui parte la vala per confluire nella piazza dove si ritrovano più vale tra i canti e le danze.
Ma la vala contiene riferimenti ad un’altra storia/ leggenda: quella di Costantino e Garentina. Il massimo rappresentante della letteratura romantica arbereshe Girolamo De Rada, ispiratore e guida del movimento di rinascita culturale arbereshe e soprattutto della poesia popolare, sottolinea come la poesia popolare albanese, soprattutto di tradizione orale, ha svolto un ruolo importante, perché attraverso le varie forme in cui si esprime (testo, canto, danza) comunica i caratteri e le qualità principali dell’anima arbereshe: l’onore e la fierezza, l’eroismo e il sacrificio, la sfortuna e la sofferenza , poi, avvenimenti e vicende antiche, che hanno assunto, nel corso del tempo, dimensioni leggendarie e mitiche. Tra queste la ballata di Costantino e Garentina.
Le vallje, dunque, si esibivano nel tempo di Pasqua, in ricordo degli avvenimenti di cui si è parlato. La Chiesa latina, nel corso del Seicento, proibì tale pratica o comunque riuscì a relegarla a periodi come quelli di carnevale più accettabili da un punto di vista religioso.
La vala di Cervicati cosa conserva di tale tradizione? Il ricordo storico degli avvenimenti si è molto affievolito, ma rimane l’anima della manifestazione: il richiamo all’amicizia, il senso della festa, il valore della comunità, ideali mai estinti e che occorre riscoprire anche nella contemporaneità.